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Warning: contiene
qualche spoiler.
Meglio se vedete prima
il film. Anzi, va bene anche se vedete solo il film e non leggete questa
piccola recensione. Ma vedete il film, trust
me.
Un tassista di
Seul (l’attore Song Kang-ho, già
apprezzato in “Snowpiercer”, “Memorie di un assassino” o “Parasite”), rimasto
vedovo, cresce la figlia da solo, arrabattandosi col lavoro e racimolando i
soldi per l’affitto, le spese quotidiane e le necessità della bambina.
Inaspettatamente
arriva un’opportunità: riesce a rubare un cliente a un collega tassista. Questo
cliente è uno straniero (un tedesco), deve raggiungere la città di Gwangju ed è disposto a pagare una
bella cifra.
La storia inizia
quasi come una commedia leggera, ma con l’avanzare della narrazione scopriamo
come stanno le cose: il tedesco è un giornalista che si sta recando in segreto
a Gwangju per documentare le proteste in corso, cercando di evitare i controlli
del regime coreano.
Gwangju è una
città della Corea del Sud. Nel 1980 (il 18 maggio) ci fu una forte rivolta popolare
(guidata soprattutto da studenti e professori) contro la dittatura di Chun Doo-hwan.
Chun Doo-hwan
prese il potere nel 1979 dopo un colpo di stato (in cui il presidente in carica
venne assassinato), instaurando la Legge marziale. Questa dittatura durò fino
al 1988, quindi è facile dedurre che la rivolta non andò bene.
In realtà, fu un
vero massacro: la repressione ad opera dell’esercito sudcoreano portò a un
numero di vittime stimato tra le diverse centinaia ed alcune migliaia. La
dittatura e l’esercito coprirono le loro violenze e il massacro usando la
propaganda della “rivolta comunista” come copertura, tanto per cambiare.
Solo anni dopo, una
volta instaurato un regime democratico, la verità iniziò a venire a galla,
portando anche alla condanna (nel 1997) di Chun Doo-hwan (che poi venne
graziato in seguito…).
Nel 2002 fu
creato un cimitero nazionale per le vittime del massacro e il 18 maggio venne
dichiarata giornata nazionale di commemorazione.
Il film racconta i
terribili giorni della rivolta e, complice il ritmo e i tempi dilatati della
narrazione, ci mostra la crudeltà e la violenza in atto. La storia mostra anche
il ruolo importante dei tassisti della città durante la rivolta, essendo in
pratica gli unici in grado di trasportare i feriti o supportare gli spostamenti
strategici dei manifestanti. Le vicende sono essenzialmente mostrate tramite
gli occhi del tassista protagonista: un ex militare inizialmente incredulo e
scettico sulle violenze dell’esercito, ma che poi deve fare i conti con la spaventosa
realtà. Ed è proprio questa realtà (relativa alla violenza del potere, alla
crudeltà del regime, al massacro operato dell’esercito) che lo trasforma
profondamente, portandolo ad essere una persona diversa.
Ogni dolore,
sofferenza e ingiustizia a cui ha assistito in quei giorni lo marchia inevitabilmente
nel profondo, e questa è una cosa dalla quale non si sfugge.
Il tassista e il
giornalista sono ispirati a persone reali e a quello che davvero hanno vissuto
in quei giorni.
In Italia, siamo
reduci dai crimini commessi dal governo e dagli sbirri a Genova nel 2001, dove manifestanti e movimenti (di ogni età ed
estrazione) sono stati vittima di violenze e torture, culminate nell’assassinio
di Carlo Giuliani. Questi sono stati
eventi che, con la complicità dei partiti di sinistra (?) che hanno disertato nei
fatti a supportare le vittime nei mesi e negli anni successivi, hanno distrutto
(in pratica) un movimento che davvero stava cambiando le cose.
La speranza è che
tutto questo ci aiuti a capire come alcuni movimenti, tante proteste (leggi:
quello che succede oggi in difesa della Palestina
o a supporto delle lotte di molti lavoratori) vadano supportate da tutte e
tutti. Perché è in ballo qualcosa di più grande, legato alla nostra umanità e
alla nostra dignità.
Perché il potere
è sempre pronto a colpire duro. E noi tutti abbiamo il dovere, la necessità e
la forza di colpire ancora più forte.